Sofia Gabriela

Sofia Gabriela



Il poeta greco Teognide di Megara scriveva che da una cipolla non nascono rose, ed è con questo pensiero che salivo le scale dei numerosi piani della palazzina signorile nel cuore di Milano. Città per un nuovo paradigma, situata fra la Svizzera e il Cile, città di gatti che balzano da un sogno all’altro, visitare un appartamento nel quartiere in cui i Cinesi vendono la pizza. La casa è splendida, luminosa, immensa, praticamente con vista su Ginevra. Firmo il contratto, tutti i vicini sono là, applaudono, servono champagne, ridono… ma io non li conosco. Qui non si parla di sfide sociali. Non si parla né di impoverimento del ceto medio, né delle difficoltà di inserimento dei giovani, né dell’indebolimento della terza età, né della degradazione di certi territori. Arriva una ragazza, si avvicina a me, ha in mano una macchina fotografica impermeabile usa e getta: buongiorno, sono la sua vicina, loft n°13, mi presento: Sofia Gabriela, fotografa elvetico-cilena. E mi inquadra, mi fotografa. Sono l’amica del suo migliore amico. Non so di chi stia parlando. Ero arrivato in città quella mattina stessa. Venga, Patrick Lowie, le faccio visitare il mio loft. Un meraviglioso esempio di radicamento culturale ai tempi della globalizzazione. Il suo loft è rosa. Tutto rosa. Ogni cosa è rosa. Osservo le foto appese alle pareti, le copertine di Toiletpaper di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, di Plastik magazine, mi impregno dei suoi scatti della campagna che rivelano una donna divertita, felice, libera, in pace con sé stessa. Aprendo una finestra dice: di questa città, adoro la luce, adoro guardare l’alba e il tramonto, fra i due, sento la trasformazione, il cambiamento, l’unione di tutte le realtà. Guardandola, capisco che lei non è un poeta, ma le farò vedere qualcosa che la stupirà. E d’un tratto, come in un sogno, si butta, con il sorriso sulle labbra, anche se l’ho visto affondare, sembrava che cadesse da più in alto ancora, dal cielo, da un cielo senza nuvole, con il volto improvvisamente velato dalla paura dice fra sé: ma se sono in un sogno, posso fare quello che voglio, creare quello che voglio, posso fabbricarmi delle ali! Si fabbrica un paio di ali e vola fino al deserto di Atacama, ai piedi del vulcano Licancabur, si posa su un campo di cipolle dove uno scrittore, punito dal mondo per aver fatto piangere l’Umanità inutilmente, sbuccia i bulbi da anni. Sofia Gabriela si avvicina a lui: è tutto inutile, non puoi più cambiare. Forza, scappa da qui. L’uomo corre in mezzo ai campi. Poi con un gesto quasi guerriero, codificato, prende la sua macchina fotografica impermeabile usa e getta e comincia a scattare. Quattro foto: il deserto arido, Alejandro Jodorowsky nelle braccia di Man Ray seduto su uno sgabello color buccia di cipolla in pieno sole, un gatto che adoro, un campo di mille ettari di rose fucsia. È così che tutto è iniziato.



Da vedere on line: Il Facebook di Sofia Gabriela


Traduzione : Irene Seghetti