Marcelo Favaretto

Marcelo Favaretto


Se Dio avesse voluto che l’uomo bramasse continuamente ricchezze e oggetti inutili (...) Creandolo, l’avrebbe fornito di una sacca specifica per custodirci soldi e merce, come il marsupio addominale dei canguri femmina. [1] Rido con l’io interiore di Marcelo Favaretto, che mi parla in finlandese da qualche giorno, tenendo in mano questo libro dai fogli volanti, e ovviamente non capisco niente. Nel sogno sento il ragazzo in balia di una forma di estasi di potere su di me, il potere di parlare in questa lingua, il potere anche di rendermi felice. Mi chiedo pure se non sia stato un po’ Lappone in un’altra vita. Amo la pioggia, mi ripete. Un brasiliano in qualche angolo lontano di una foresta del Kainuu, nella Finlandia orientale, alla ricerca di un paradiso perduto: niente di meno banale. Tanto più che non fa freddo in questo periodo dell’anno e si va in giro a petto nudo. La Finlandia non è così piovosa come amano raccontare. Ci avviciniamo a una stazione ferroviaria dove i treni vengono dal nulla e vanno verso il nulla. L’edificio è futurista, i treni sono invece d’epoca. Mescolanza storica. La foresta culla tutto con le sue lacrime.



La bellezza del ragazzo e quella dell’antico. Entrambi belli come sono belli i canti nelle lande di Kalevala. Marcelo, studente all’UNICAMP - Universidade Estadual de Campinas, è un poeta ancora ignaro di sé. La sua voce grave, prudente, costellata da lunghi silenzi, impressiona. A meno che non sia solo una maschera di argilla. Il giorno della sua partenza, sua madre tentò di dissuaderlo dal recarsi in Finlandia: Là ti inganneranno, ti stregheranno, ti congeleranno le mani così che non potrai più muoverti. E lui rispose con molta calma che avrebbe stregato lui stesso chiunque avrebbe provato a stregarlo. Al suo arrivo era rimasto incantato da questo miscuglio di antico e moderno in uno stesso posto. Tirava vento e il cielo era arancione. Aurore boreali mozzafiato. Vicino alla stazione un gruppo di musicisti blues strimpellavano la chitarra. Il ragazzo si avvicina a me e mi dice: Mi scusi, signore, che posto è questo? E io gli rispondo: Suomussalmi. Avevo sentito fin dal suo arrivo che era attirato da noi, da me e dal mio gruppo di amici. Vivevamo di crimini e di amore, di alcol e di furti, di droghe e di poesia, di torture e di bellezza. I suoi occhi scintillavano dalla voglia di restare con noi perché voleva uscire dalla sua zona di conforto. Era evidente. Entriamo nella stazione che non è altro che un’immensa sala dove giocano tutti a poker sotto la luce lampeggiante dei neon blu. Abbiamo giocato, non l’abbiamo lasciato vincere. L’abbiamo preso, accerchiato, legato per i piedi e per le mani. L’abbiamo fatto sedere sulla pietra della gioia, la pietra del canto. E cantò senza che gli sia stato chiesto niente. Poi cantò ancora un attimo e un altro momento ancora, richiamando a sé le sue parole sacre, i suoi sortilegi magici. Da dove vieni? gli chiesi. Si mise a cantare una storia insensata. Quella di due gemelli, quattro uomini, partiti nelle foreste finlandesi vicino alla Russia, erano inseparabili. Quattro punti di forza. Senza spiegazioni, tornarono in due, come due bambini che rientrano da scuola. Gli abitanti, vedendoli alla stazione ferroviaria di Laaja, capirono immediatamente che i due uomini erano quattro. Finita la canzone, Marcelo disse: E lei? Lei chi è? Mi sleghi, devo andarmene. Le lascio il mio numero di telefono. Allora lo slego un po’ sotto lo sguardo esterrefatto dei miei simili già piuttosto ubriachi, poi piano piano: Mi chiamo Patrick Lowie, conosco il suo numero di telefono, è il 969931639. So già tutto di lei, l’ho vista nei miei sogni da neonato poi da bambino e infine da adulto. Sapevo che sarebbe venuto qui in queste foreste sperdute. Vede, questo cielo arancione, il vento che ci porterà via, tutto ciò è solo lo scenario di questo sogno. Come sempre, i sogni ci parlano. Ci dicono quello che amiamo realmente, chi amiamo in assoluto. Tutti i personaggi, io stesso, le descrizioni dei luoghi, tutto ciò appartiene soltanto della sua immaginazione, tutte queste persone così diverse da lei, tutti quelli a cui vuole bene, erano in lei.

Prima ero il suo gemelli poi il suo gemello, ora sono solo con Marcelo. Ti farò sprofondare nella palude. Mi è successo di salvare dei ragazzi dal pantano, ma a te, ti ci faccio sprofondare. Perché? Perché non hai creduto in quello che vedevi, non hai creduto in te, i tuoi occhi non hanno guardato le aurore boreali, il tuo cuore non ha battuto con queste avventure. Marcelo si slega da solo poi con uno sguardo che mette con le spalle al muro alza la voce: ti darò tutto quello che possiedo se mi fai uscire da questa palude! Rido a crepapelle: Ma Marcello tu non potrai mai darmi qualcosa che possa aiutarti a uscirne. Ho già tutto l’oro del mondo. L’acqua si alza, il corpo ancora non tocca il fondo. Ci sono soltanto poche parole magiche che potrebbero farti uscire di qui anche se non vorrei più rivederti solo nelle foreste dei sogni. Canta: voglio tornare solo a mezzanotte nella foresta dei sogni! Se non mi dai la formula magica, sarò costretto a lasciarti solo in queste paludi. È allora che finalmente si decide. Pronuncia la formula esatta che mi aspettavo, riesce a uscire da solo dalle paludi, il suo corpo emana una luce accecante. Con il volto chiuso, senza un sorriso, condivide con me quella luce. Squilla il telefono, una voce femminile gli dice: figlio mio, ascolta, consola il tuo dolore, non hai nessun motivo di intristirti così o lamentarti. Il sole di Dio non brilla solo alla finestra della tua famiglia, brillerà ovunque tu vada, dal momento in cui imparerai a rimanere te stesso. 

[1] L’ allegra apocalisse, Arto Paasilinna



 Traduzione : Irene Seghetti