Maco Meo

Maco Meo


E se il vulcano Imyriacht non fosse altro che Stromboli? E se questo vulcano, che credevo situato a Mapuetos, quest’immensa terra di nessuno, fosse semplicemente quello della Sicilia? Cambierebbe qualcosa? Non è vero che abbiamo tutti un ruolo nel nostro paese natale, in quest’Italia brutale, che siamo tutte donne smarrite, disorientate, con altri esseri che non hanno mai vissuto, che non ci sentiamo tutte particolarmente sporche, e sporcate, prigioniere, da scappare da una vita, e alla fine trovare, all’ultimo secondo, la grazia, la redenzione?



Le nostre vite non sono fatte su misura, né tanto meno con un unico stampo. In questo nuovo sogno, osservo dall’alto (e perché da così in alto?), osservo una ragazza solare, con un foulard tra i capelli, circondata da uomini, donne, bambini, esseri viventi. Li sento vagabondare in un mondo nuovo, interdetto, senza punti di riferimento, con i ricordi come unico cammino interiore. L’isola di Ginostra, il vulcano minaccioso, terribile, accattivante. Il traghetto fino a Milazzo, allontanarsi dal torpore, dal silenzio dell’animale, dalle sue non-risposte. Non ricordo il mare a Mapuetos. Mi ricordo di deserti infiniti, di scheletri lungo le dune invisibili, ricordo diversi soli, lacrime, lava... partendo dall’isola, insieme a lei, a loro, abbiamo visto un ragazzino di undici anni, di nome Ettore, scampato a una vendetta poi con il revolver lungo il corpo, morto prima di essersi vendicato. Quest’immagine mi perseguita nel sogno, come quella di un gatto, appena nato, dimenticato. L’acqua del Mediterraneo a perdita d’occhio, dei corpi che galleggiano, migranti di un altro mondo, troppi corpi da salvare. Il traghetto si fa strada tra i corpi. Maco Meo ci dice: andremo ad Agrigento a piedi. Duecentodiciannove chilometri attraverso monti lontani dai triangoli, dai simboli, corpi cadono ancora lungo la strada sciolta nell’anima antifascista, partecipano alla resistenza. Attraversiamo Randazzo, Enna, Canicatti... arrivati ad Agrigento, ci sediamo sui gradini della cattedrale di San Gerlando. Maco Meo mi osserva, viene verso di me e mi dice: lei chi è? Non sono sicura che sia dei nostri. Ci segue da Stromboli. Le spiego che sono un ficcanaso a cui piace frugare nei sogni degli altri, rimettere tutto in disordine, mescolare le carte ancora e ancora, fra l’irreale e la follia, la vita è stata quella che è stata, l’enigma del consenso, scosso dal nuovo sapere... dico: ebbene, il mio nome è Patrick Lowie, cercavo Mapuetos, poi la casa di Franco Battiato, poi le ceneri del vulcano, poi l’amore insensato perduto qua o là, lontano, poi a sinistra poi a destra, e mi sono imbattuto sul vostro gruppo di migranti di una terra sconosciuta verso un’altra terra sconosciuta. Mi piacerebbe unirmi a voi. Maco Meo dopo un momento di esitazione: torno a casa, si torna a casa. Sono originaria della Sicilia. I miei nonni vivono ancora là, in una casa circondata da colline ocra, in una campagna bruciata dal sole, laggiù, vede? Eppure fin dalla mia più tenera infanzia faccio un sogno angosciante in cui questo posto, che vive in me ovunque io sia, diventa il teatro di una catastrofe. Assisto da spettatrice alla distruzione di questo universo che, inesorabilmente, finisce inghiottito dal Mediterraneo. Deve essermi capitato una decina di volte. L’onda immonda è impietosa. A volte lascio che mi lecchi i piedi, prima di decidermi a scappare. Ad ogni caso ha già mangiato tutte le anime, degli uomini e degli ulivi secolari. Restare è uguale a morire. Svegliandomi, ho gli occhi, i capelli, e il cuscino zuppi di lacrime. Ho sempre voluto confrontare questo sogno con la realtà. Affrontarlo. Eccomi, dunque, eccoci, ma non chiedetemi chi siano tutte queste persone, forse amici, i fantasmi della mia vita, le mie energie... guardate come sono belli, di una bellezza che non si trova più in nessun posto. Siamo nella terra degli dei. Osserviamo in lontananza l’onda che si avvicina, si lascia andare, lenta lenta, poi si ferma e riparte senza aver inghiottito nulla. Non sempre restare è uguale a morire. Il sole si assenta dietro le nuvole di cenere, il vulcano erutta. Subito dopo il sagrato, esitò fra due strade: via Duomo e via Garufo, credette di ricordare che doveva girare a destra per tornare a casa. Mi disse: non mi chieda dove va questa strada, prenda questo cammino interiore, cammini, nient’altro.

Chi è Maco Meo ?
In breve, Maco Meo è nata il 5 agosto 1977, è cresciuta in un quartiere popolare, ha venduto salsicce da Renmans, poi è diventata giornalista free-lance, oggi ha tre bambini ed è segretaria giudiziaria: il frigorifero è pieno e si sente utile in questa funzione.

Guarda online : Il facebook di Maco Meo

Traduzione : Irene Seghetti