Irene Seghetti

Irene Seghetti


Sono diverse notti che sogno un campo di cipolle, mi vedo in quel campo, punito dal mondo insensibile per aver fatto piangere l’Umanità inutilmente, l’orgoglio, mi vedo sbucciare lentamente i bulbi attaccati alla mia pelle, poi mi stacco, come una buccia. Non è facile raccontare un sogno, ancora meno interpretarlo o sperare di trovarci una chiave. Mi sveglio con le lacrime agli occhi, per colpa delle cipolle rosse.



So che la notte dell’11 settembre 2012 ho sognato un posto strano, oscuro, in cima a una montagna nera e invisibile, inquietante, calpestavo le luci della città di sotto, poi l’ingresso in un mondo diverso, sereno, confortante, e otto lettere: Mapuetos. Sì, lo so, spesso i sogni sono inspiegabili, troppo privati, sono instantanee, frammenti di conversazioni, dice la ragazza tutto d’un fiato. E quando me ne ricordo, dei sogni, sono spesso sogni di morte, di scale da salire angosciosamente, di guerre mondiali, fughe interminabili... sì, ecco, sono soprattutto fughe in un clima di guerra... quando chiudo gli occhi, so che ho molte probabilità di guardare quel buon vecchio film un po’ angosciante che conosco a memoria... Irene Seghetti fa una pausa, alza la testa e conta le nuvole, poi le ridisegna.

In questo sogno siamo seduti nel dehors di un bar a Firenze, davanti al teatro Puccini, lontano dalla coorte di turisti, quelli che viaggiano per comprare i souvenir di un viaggio che non hanno ancora fatto. Fino a qualche settimana prima, non credevo che avrei rivisto Firenze, città che condurrebbe il viaggiatore, lo sosterrebbe ad ogni passo, alleggerirebbe la sua andatura [1], ma nutrivo questo desiderio radicale di non attraversare più l’Arno, osservo le facciate, i volti dei passanti, Firenze ha l’aria stanca, la città sbadiglia, vedo la sua glottide che si gonfia. La ragazza mi ascolta attentamente sfogliando le pagine del suo taccuino dei sogni come se consultasse una cartella clinica. Irene, le confesserò che anch’io, quando chiudo gli occhi, e questo da almeno dieci anni, mi abbandono ad immagini di guerra e violenza. All’inizio mi intimorivano, ma oggi queste immagini mi rassicurano, mi cullano. Non so se c’è un nesso, capisce? Tutto trasforma le nostre vite, anche le assenze, i vuoti, una pioggia fine sul collo, le botte di un cognato violento, è la memoria a fare di noi quello che siamo. La settimana scorsa sono andato dal parrucchiere, dopo quindici minuti di silenzio, l’uomo che mi scalava i capelli, mi ha chiesto: «Lei è medico, vero?». Un’altra volta, ormai qualche anno fa, entro in un negozio di alimentari, un uomo cammina verso di me dicendomi: «Dottor Rossi! La stavamo aspettando». Perché pensano tutti che faccia il dottore? Ieri sera un ragazzo, mentre teneva i piedi a bagno nel fango, mi ha detto che non potevo cambiare mestiere. Che il mio mestiere di scrittore viveva in me. Sì, gli ho espresso i miei dubbi, la mia voglia di uscire da questo labirinto, avremmo potuto fare qualsiasi altra cosa, e invece abbiamo parlato di questo tunnel dentro di me, dentro di noi. Di questi deserti che prosciugano il frastuono dei nostri doppi sensi. La fine del tunnel è luce per gli occhi, scrivere è come amare, non bisognerebbe mai aspettarsi qualcosa in cambio. Mentre parlo, strappa dal taccuino alcune pagine, che volano via, trascinate dal vento. Le dico: nell’oscurità non si vede niente. Non siamo più nell’angolo. Venga, attraversiamo, andiamo a teatro.

Un uomo, un fantasma, un poeta-medico, un guaritore, un’anima che racchiude tutto questo ci apre la porta d’ingresso degli artisti, ci prende fra le braccia e ci guida dietro le quinte del teatro mormorando fra sé: Mi accuso di aver scritto poesia, suppliche, ingiurie // Mi accuso di non aver mai rifiutato una goccia d’acqua a un fiore // Mi accuso delle mie labbra e del dito su di esse // Mi accuso mille volte di speranza, mille volte di fede, mille volte della neve e della pioggia // Mi accuso del verde dei prati, del bianco della luna, del rosso della passione // Mi accuso del piacere della mia pelle e sotto la mia pelle... [2] - Non siamo noi gli attori di questo spettacolo che scopriamo, nascosti dietro la scena. Un uomo, dallo sguardo malvagio, la mandibola sgraziata, al centro della scena, la testa coperta di bulbilli, sbuccia le cipolle recitando un testo sul viaggio interiore. Di colpo cala in silenzio sul palco, gli spettatori si spazientiscono, gli attori hanno dimenticato il copione. Uno di loro, lo riconosco, è il parrucchiere... ci dice: non è colpa nostra, fuori c’è la guerra. Irene si muove... Le dico: non scappi, la prego. Ma non mi ascolta. Apre la porta, una luce accecante annienta l’atmosfera del teatro. Fuori si gioca alla guerra. Il bar dove eravamo prima è invaso dalle milizie fasciste. L’esercito ha occupato la città. Ma è solo un gioco. Nient’altro che un gioco. E osservando la luce strana che ha reso i nostri volti così bianchi, Irene dice: e allora gioco, mi nascondo, con la paura nelle gambe come quando da bambini abbiamo paura di farci acchiappare... E attraverso questa città che sembra immersa nel deserto, ma che è un posto meraviglioso, ci sono montagne, palme, sottopassi, laghi, ma anche macerie, centri commerciali, alberghi con piscina... D’un tratto non sono più sola, c’è un gruppo di amici con me e insieme attraversiamo questi paesaggi, in una luce penetrante, camminiamo, corriamo, e finiamo in un fiume a rimontare la corrente. Mi volto, il teatro è vuoto. L’uomo che ci ha fatto entrare è seduto in prima fila. Sento l’eco degli applausi rimbalzare e propagarsi per annunciare la buona novella. Alcune immagini sono proiettate sullo schermo della scena, le immagini di un feto di sette mesi. Si succhia il pollice poi applaude anche lui. Mi avvicino alle prime file. L’uomo non c’è più.

[1] Marcel Camus, Carnets III, marzo 1951-dicembre 1959 (trad. mia)
[2] Antonio Bertoli, Territoires du cœur - Territori del cuore, Les éditions MaelstrÖm, 2002

Chi è Irene Seghetti ?
Irene nasce il 6 dicembre 1989 sulla costa marchigiana, a San Benedetto del Tronto. Amante di letteratura e di francese, si trasferisce a Bruxelles per formarsi come traduttrice letteraria. Nel frattempo si appassiona al teatro e nel 2016 entra al Conservatorio di Mons in Arte drammatica. Traduce in italiano i ritratti di Next (F9) : http://www.next-f9.it

Traduzione : Irene Seghetti