Diana Gianola

Diana Gianola



Sta passeggiando sulla spiaggia con un bellissimo levriero russo a pelo bianco. Il pelo del cane è ondulato dal vento, mi avvicino, l’accarezzo e sento la lunghezza e la dolcezza della sua eleganza. Le piacciono i cani?, mi dice Diana Gianola con voce dolce. Non rispondo, il cane vuole giocare, mi provoca, anche i miei lunghi capelli al vento sembrano sfuggirmi. Mi sento pieno di serenità nonostante l’incubo che mi ha svegliato più volte stanotte.



Ho sognato un uomo che si nascondeva nelle camere di un hotel che avevo appena finito di rinnovare, un hotel bellissimo, ridotto a un rudere quando era stato acquistato dal padre di un amico, situato in una spiaggia deserta e ventosa. Mi ero proposto di trasformarlo in un gioiello. Conoscevo l’uomo, mi considerava il suo acerrimo nemico. Nell’incubo l’avevo individuato, fingeva di non vedermi, poi mi ripeteva: ti uccido. Ero più alto di lui e ho iniziato a picchiarlo. Perdeva pezzi, era fatto in terracotta. Mi sentivo invincibile. La ragazza mi sorride e mi dice: ma lei racconta sempre i suoi sogni a una sconosciuta, così, prima ancora di salutarla? Non mi era sembrato di parlare, le parole erano dentro me. Quei segni sul braccio sono recenti, è sicuro che si trattasse di un incubo? Ha ancora dei pezzetti di terracotta attaccati sulla sua bella camicia di seta. Il levriero russo a pelo bianco comincia una corsa contro il vento e vince. Torna fiero. Il mio libro cade sulla sabbia, il titolo è: Abitare il mondo. Da qualche giorno sono rimasto bloccato alla frase: Qual è il destino dell'umano in un mondo ormai disincantato, dominato dalla razionalizzazione e dal politeismo dei valori? La ragazza si china e raccoglie il libro. Confusa, mi dice: le assicuro che non l’ho scritto io, è un’omonima. Ora il cane prova a spiccare il volo, lasciandosi trascinare da un vortice. Riprendo a parlare: lei si chiama Diana Gianola? Come l’autore di questo libro? Strana e improbabile coincidenza. Che ci fa su questa spiaggia, non ci sono né case né strade a meno di cento chilometri? Mi racconta che stava provando a ricordarsi della sua vita precedente, cosa fare del cane?, perché i sogni decidono di scomparire quando vogliamo ricordarcene e ricompaiono quando vogliamo dimenticare? La vedo, ci incontriamo in questa spiaggia deserta e lei mi parla del suo sogno. I miei sogni sono i miei tormenti. Generalmente la gente ama i sogni, io no. Mi spaventano, mi paralizzano. Il sole fa finalmente capolino, il vento si placa, il cane s’annoia, la ragazza toglie il suo lungo cardigan nero e lo posa sulla sabbia. Osservo le numerose ferite sulle sue braccia e sul corpo, mi dice: un’ecchimosi al giorno toglie il medico di torno, o forse no. I miei sogni sono come film, sempre lo stesso film che rivedrei centinaia di volte, frammenti di film, puntate. La freschezza del mattino ha ceduto il passo a un caldo soffocante, una luce accecante che mi fa perdere la lucidità. Ci sono molti frammenti di sogni che non ricordo più bene, alcuni pezzi della storia forse importanti che sono diventati particolarmente confusi a un punto tale da aver perso senso. Si avvicina, mi stringe la mano: mi chiamo Diana Gianola, sono nata in Brianza, più precisamente a Mariano Comense, studio arte. Oggi, come può vedere, vivo in Portogallo, attualmente lavoro ad un progetto artistico sul tema del dolore fisico, e lei? Il suo modo di parlare, il suo accento, lo sguardo, le labbra rosse, la pelle bianca, il cane che si rincorre la coda, l’orizzonte senza fine in questa spiaggia deserta, questo hotel bello ma vuoto, l’odore forte degli uccelli morti che invade le narici, tutto questo è troppo impressionante per me, mi evaporo, mi accascio a terra, lentamente, dolcemente. Mi chiede: si sente bene?... nel sogno, avevo un’età indefinita, ma ero abbastanza adulta da avere un bambino piccolo e un marito di mezza età. Vivevamo in una bella casa, un po’ come questa, lungo una spiaggia deserta, eravamo discretamente ricchi. L’elemento che mi sembrava più evidente in questo sogno ricorrente è che mio marito voleva uccidermi. Farmi morire di morte violenta. Voleva strapparmi gli occhi. Provavo terrore, paura, voglia di fuggire via, di reagire pur sapendomi impotente. Correvo in lungo e in largo, alla ricerca di un nascondiglio, piangendo come una bambina. Il suo racconto è delicato, strutturato, mentre parla, si spalma una pomata poi ingurgita un elisir svedese e ricomincia a parlare: a un certo momento del sogno, capisco che devo smettere di piangere, che devo reagire. Che devo fare a quel bastardo quello che lui voleva fare a me. Poi il sogno diventa sfocato, non so se l’ho ucciso o se mi ha trovata nascosta in un armadio in cucina. È possibile che al mio risveglio mi ricordassi del seguito, ma il tempo, la memoria, l’io cosciente devono avere occultato tutto. Eppure dell’ultima parte me ne ricordo perfettamente. Ero più anziana, vecchia, accompagnavo mio figlio diventato già adulto in una camera, dove "badavo" a suo padre. Penso che permettessi a mio figlio di venire a visitarlo di tanto in tanto, in certe occasioni, non ricordo più quali. Seduto sul letto, c’era quello che doveva essere mio marito, che un tempo lo è stato. Lo stesso che ha provato ad uccidermi, che mi ha torturata. L’uomo, seduto sul letto, non aveva più né braccia né gambe. Era il modo che avevo trovato perché non mi facesse più del male. Osservandolo seduto, quel tronco e quella testa, provavo una sensazione mista di una generosità magnanima per non averlo ammazzato e di una ferocia crudele per averlo tenuto vivo in quelle condizioni. Ma soprattutto sentivo il potere, il potere di non avere più nulla da temere. E lei, chi è lei? Le dico che sono Patrick Lowie, che scrivo libri sui sogni, che sono stati i tarocchi ad avermi condotto fin qui, su questa spiaggia insieme all’amore della mia vita, le racconto di aver scoperto l’opera di Marceau Ivréa, di essermi appassionato a Mapuetos, ai levrieri russi a pelo bianco. Che amo correre, la sera, sulla spiaggia al riparo dagli alisei. Il sole tramonta, preso d’angoscia, come capita spesso al crepuscolo, la luna bianca di colpi, una delle mie orecchie cade sulla sabbia, e viene rapidamente trasportata lontano dagli insetti, stoico, le dico: ma non ha risposto alla mia domanda... Che ci fa su questa spiaggia, non ci sono né case né strade a meno di cento chilometri?

Chi è Diana Gianola ?
Diana Gianola è nata e cresciuta in Brianza, più precisamente a Mariano Comense, un paese in provincia di Como. Ha studiato presso l’Istituto d’Arte Amedeo Modigliani e successivamente presso l’Istituto Europeo di Design (Milano), diplomandosi in fotografia. Ha vissuto a Milano e dopo aver lavorato per qualche mese con il suo relatore di tesi come assistente, si è trasferita a Lisbona. Dal 2016 porta avanti un progetto artistico/fotografico sul dolore fisico.

Consultabile on-line : La pagina Instagram di Diana Gianola

Traduzione : Irene Seghetti