Davide Colasante

Davide Colasante


Davide Colasante, era lei dietro lo spaventapasseri? Perché nascondersi dietro quel cumulo di catrame? Urlava lei quelle parole strane in aperta campagna a notte fonda? Risponde di no alternando un’aria dispiaciuta a un sorriso divertito. Chi ha inventato questo gioco? Chi ha creato Mapuetos? mi chiede. Gli porgo la mano per aiutarlo ad alzarsi. Siamo entrambi vestiti di nero. Il cielo è una tela dipinta di blu da un grande Maestro, un occhio bianco, occhio chiuso in cui soffia il vento che ci trascina lontano dal mondo immaginario dove si cullano gli amanti delle distrazioni, incalliti impostori.



L’occhio chiuso è uno sguardo sulle nostre vite invisibili. Alzandosi sento scrocchiare le vertebre di una colonna vertebrale. Ci reggiamo in piedi a fatica, come bambini di quindici mesi, lentamente scivoliamo verso la nostra coscienza, il silenzio di questa campagna è rumoroso, sibilo di pipistrelli in volo, concerto di insetti sconfitti, di sussurri sospetti. Il vento fruscia nella foresta Umbra. Il ragazzo mi dice: un padre mi distrugge, un padre mi fa nascere. Oggi quello che vediamo, non lo vediamo più. Nel sogno, siamo nel Sud Italia, vicino a Foggia, già più vicini al mare. Il sole evapora sull’oceano sfinito per via dei nostri rifiuti. Ci inoltriamo, ai quattro venti di un mondo che mi sembra incantevole. Camminiamo, non importa dove o come. Lui, io. Senza un avversario, senza paura. Finalmente scopriamo la Luna. Passeggiamo l’uno in compagnia dell’altro, siamo lontani da non sappiamo dove, gli parlo e non mi sente. Lui mi parla delle mie ossa, io gli parlo dei suoi sentieri. Prendiamo strade imbrecciate.

In lontananza, l’ombra di un castello impressionante, sul cammino di ronda, sfilano delle belle guardie armate fino ai denti. E poi campi, campi a perdita d’occhio, campi di physalis dorate come perle di fuoco. L’ombra del castello proiettata dalla luna ebbra di un alcol puro sui campi che ci travolgono. Prigionieri di un mondo che credevamo benigno, la mia cotte di maglia mi irrita la pelle, come fosse bucata. Sento il dolore alle anche, alla schiena, alla nuca, alle dita... Mi fermo un istante e dico: Davide, lei è osteopata, vero? Potrebbe farmi una manipolazione, vorrei arrivare a destinazione, anche se vorrei soprattutto fermarmi qui ora e definitivamente. Senza rallentare il passo: si sbrighi, Patrick Lowie, siamo in ritardo, fra dieci minuti sarà inverno, le sue ossa non hanno nulla da temere. La terra tossisce bruscamente, le foglie cambiano colore, un filo rosso nel cielo azzurro, dai foraggi spunta la testa di un corvo. L’uccello è un grande oratore, ci segue verso l’infinito, parla del mondo, dei conflitti, della violenza degli Uomini, dello sguardo degli dei, poi con quel suo fare da uccello del buon augurio aggiunge: una volta trovata casa, non si può cambiare di casa. Una volta trovata casa, si resta a casa. È una legge universale. L’uccello fa risuonare dentro me una musica che non dimentico più. Infine arriviamo.

Davide, il corvo e io ci addentriamo nel complesso del castello. Nella corte d’onore, una macchina. La celebre macchina che vinse la guerra di Asimov? Prima di salire a bordo, chiede: andiamo? Sicuro? Decidiamo a testa o croce? Se esce croce, salgo. Gli dico: io sono già andato sulla luna. E poi Mapuetos non è un gioco. Per quanto il gioco avrebbe potuto salvarci. Devo smetterla però di giocare al maestro di Banalità. Due uomini a torso nudo maneggiano la macchina: un altro David e Alejandro. Quest’ultimo dice: il fallimento non esiste, è soltanto un nuovo sentiero da percorrere [1] La macchina spicca il volo verso la luna, ma sparisce nella notte. Scompariamo. Davide si avvicina a una stella mentre recita: sapevate che la physalis simboleggia la menzogna? I campi in cui ci trovavamo erano campi di menzogne. La luna si riaccenderà, ci sorprenderà. Poi questa macchina ci riporterà a Mapuetos. Nella macchina si sono addormentati tutti, tranne il corvo, dalla testa pelata, che gracchia: Iniziate a compiere le piccole azioni della vita quotidiana, poi dedicatevi a ciò che riuscite a fare: alla fine farete anche le cose impossibili. [2] Il motore si spegne, la macchina plana. Manca ancora molto per Mapuetos, questo paese che non esiste in un mondo assente?

[1] Alejandro Jodorowsky
[2] San Francesco D’Assisi

Chi è Davide Colasante ?
Chi è chi? Nasce nel Sud Italia (Foggia) in un grande spettacolo chiamato Emmaus. Sin da piccolo sogna di partecipare ai giochi olimpici, arriverà ad avere solo una partecipazione a quelli Panpoetici (Bruxelles 2016). Vive nello sport, lo studia e arriva a conoscere l'arte della scherma e dell'osteopatia. Le lame lo lanciano nell'universo parallelo dell'intelletto. Conosce Antonio Bertoli e la Bellezza, con lui intrapende il lavoro "sull'albero" attraverso la PsicoBioGenealogia e arriva nell'universo maelstrÖm nell'estate del 2015, incontrando David Giannoni e tutto l'equipaggio per completare la restante parte del Viaggio. Ancora in cammino incontra mete e chimere ad ogni passo.


Da vedere online: Il profilo Facebook di Davide Colasante



Traduzione : Irene Seghetti