Daniela Terrile

Daniela Terrile


So che con queste mie parole, alcuni amici, colleghi o estranei mi diranno che non conosco nulla di questo paese, che ne sono stato innamorato senza averlo mai capito. Possiamo oggi innamorarci di un paese? Diranno che il mio era un attaccamento senza legami. Io però ci ho vissuto per quasi quindici anni. Per loro, in ogni caso, questo non conta, ai loro occhi resterò sempre un poeta straniero in un mondo abbandonato. Mi etichetteranno come un uomo che non sono, di un altrove che non conosco. Anche se il mio atteggiamento è sempre stato volto alla condivisione, alla curiosità, allo scambio, all’altruismo, al meglio, all'inutile e a tutti i tentativi necessari. Senza meriti, solo un immenso piacere. Anche se odio le persone a cui la gente ama associarmi. Devo confessare, tanto vale non nascondervi nulla, che non conosco bene le lingue che si parlano qui. Ciò è importante, perché significa che conosco un altro “qui”: quello degli sguardi, delle stelle, dei sorrisi, della tristezza, delle fronti corrugate, del sole incollato alla pelle, delle intuizioni, delle risate, dei gesti, delle tensioni, delle parole taciute, dei silenzi, delle energie, dei sogni, delle grida, degli sguardi innamorati, dei sorrisi ospitali, dei movimenti dei corpi, delle melodie mute di parole mai imparate, e significa che viene impiegata un'attenzione maggiore, che si fanno lavorare gli altri sensi, che l'istinto torna a funzionare. Oggi ripensando a tutto questo mi sento forte. Mi dico che forse presto potrò tornare in questo “qui”, questo spazio tra le righe in cui si può inventare di tutto. In questi lunghi anni, mi sono sentito benissimo in questi spazi liberi. Perché lo scrittore cerca isole che lo trasportino in altri mondi, per scrivere qualcosa di diverso dal tempo presente. Ed ecco che un bel giorno ho deciso di andarmene da questo paese. Andarmene veramente, definitivamente. Cosa è successo? Andarsene è come tirare le tende di un mondo che vuoi dimenticare, nella speranza di rinascere da qualcos'altro, qualcosa che non esiste ancora, e di aprire le tende di un mondo nuovo, dico tutto d'un fiato, dimenticando di respirare, alla donna che cammina con me lungo la strada. In questo sogno i sentieri la notte sono disegnati dalle luci blu al neon.

Patrick Lowie, mi dice lei, abbiamo parlato di viaggi fin troppo. Lei è Daniela Terrile, lei che non dimentica di essere nata a Genova, in Italia, ora che si parla solo di lei, delle sue belle visioni, del suo modo di allenare gli studenti, di come li incoraggia, bella e convincente. Giunti in fondo alla strada, su cui andavamo senza una meta, ci troviamo di fronte a una casa di un solo piano. Una casa vuota e per nulla rassicurante, dalle finestre molto ampie, una casa a forma di chiesa. Entriamo e lei mi dice: Patrick, chiuda gli occhi! Partiamo per un ultimo viaggio! Chiudo gli occhi e quando li riapro su sua richiesta, la vedo nel mezzo della stanza, sospesa in piedi al di sopra del pavimento, in levitazione, alla sua destra un bambino, sbucato dal nulla, un bellissimo bambino, con i capelli rossi e ricci, e le gambe appese al soffitto, a testa in giù, avrà già sei anni? Nessuno dei due dice niente, leggo lo stupore sul volto della donna, il bambino non era previsto nel suo viaggio enigmatico. Deve chiedersi come abbia fatto ad arrivare fin lì e come fare per staccarlo dal soffitto. Forse si sta chiedendo se quel ragazzo non sia suo figlio. La vedo che se ne va, poi torna con una scala per riportarlo giù. Mi perdoni, Daniela, ma questo è l'ultimo viaggio che mi sta proponendo? Speravo almeno che saremmo andati nella sua città natale, a mangiare i famosi “pansoti con la salsa di noci”! Dopo un'allegra risata, mi chiede di afferrare la mano del bambino e chiudere di nuovo gli occhi. Quando li riapro, ci troviamo in un luogo che non conoscevo. Mi dice: eccoci arrivati al Museo d'Arte Contemporanea di Teheran... sediamoci qui fuori. Dopo un attimo, il bambino silenzioso ci prende per mano, dicendoci: venite, andiamo a visitare questa città che amo tanto. Noi tre percorriamo chilometri, attraversando il ponte Tabiat, vagando per le strade di questa città moderna, bevendo tè nella libreria del Nazdik Café, oltrepassando la Torre Azadi, e arrivando infine a Teatr-e Shahr, esausti ma felici. Il ragazzo con i capelli rossi mi dice: Allora, Patrick, è più bella Mapuetos? Non sapendo cosa rispondere, comincio a sognare e a cercare le stelle in un cielo meno nuvoloso di quanto sembri. Lei dice: “Io resto qui!”.

Chi è Daniela Terrile ?
Daniela Terrile, una donna autenticamente presente e completa, sempre impegnata, una curiosità insaziabile, una dolcezza oltre ogni forza. Il desiderio di continuare a condividere, a crescere, determinata nell’approfondire. Daniela, tra gli altri, ha scelto un percorso difficile, spingendosi oltre le zone di confort, in uno spazio sconosciuto, non sempre piacevole, e spesso affrontando ostacoli apparentemente insormontabili. Nella sua generosità, ha aperto la sua casa, il suo spazio, i suoi sogni e le sue avventure, i libri e l'albero della poesia del Parco Leopold, la sua fragilità e questo modo di rivelarsi che dà fiducia agli altri, arrogandosi il diritto e la capacità di fare altrettanto. Ama i circoli, gli incontri, la condivisione, il confronto. Daniela ha il coraggio di chiamare le cose per il loro nome, di porre dei limiti, di mostrare il suo scoraggiamento, di condividere le sue difficoltà, di ricominciare a cercare sempre una voce nuova. Daniela nella sua pratica professionale, nel mondo femminile, nelle pratiche di sviluppo personale ha il desiderio di essere giusta, di fare "il bene", di contribuire al tutto, di essere sé stessa, di donarsi, di riconoscere ciò che è. Daniela ha firmato la sua e-mail "PEACE and LOVE" per molto tempo, in un momento in cui si pensava che fosse impossibile nel contesto del lavoro. Daniela ha aperto la strada: essere autentica, credere nella possibilità dell'amore e della sensibilità anche nel contesto professionale.

Consultabile on-line : http://danielaterrile.com/

Traduzione : Irene Seghetti


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